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La (in) cultura contemporanea – Il disastro della piattaforma BP Deepwater Horizon e i 20 miliardi di multe e risarcimenti

di Mario Giardini

bp deepwaterNel 1820, si stima che solo il 18% della popolazione mondiale al di sopra dei quindici anni ricevesse un’istruzione regolare. Nel 1900, la percentuale era salita al 34%, nel 2000 quasi l’80% e nel 2010 l’82%.

Poiché il mondo diventa ogni giorno più ignorante, sembra che l’andare a scuola sia controproducente. Si dirà che non è vero, che la gente è, mediamente, più colta del passato. A me pare invece che, nonostante l’aumento del tasso di scolarità, la capacità di giudizi equilibrati sui fatti della nostra vita sia svanita. Prevale l’isteria, la superficialità, per molti aspetti la superstizione. Sembra un ritorno al medioevo.

E’ di ieri la notizia che finalmente un giudice federale ha posto termine al contenzioso con la BP per l’incidente del 2010. Il problema ambientale provocato dalla Deepwater Horizon è stato risolto in un paio di anni. Ma doveva, a giudicare dell’isteria, durare per decenni. Invece, no.

Il giudice ha comminato multe per oltre 5 miliardi di dollari, perché ha considerato l’incidente un attentato grave alla natura. Gli stati danneggiati hanno preteso contributi per gli investimenti decisi a tutela dell’ambiente nei loro piani per gli anni prossimi. E il giudice, acconsentendo alle pretese, ha messo la BP in condizioni tali da non poter fare altro che transare. Una punizione legale in piena regola. Una simile distorsione del diritto, che avalla una vera e propria rapina, fondata sul giudizio morale di condanna per un incidente, non è la punizione di un atto o di un’omissione, ma un pizzo estorto con la complicità della legge. E’ un regresso ai tempi dei signorotti di manzoniana memoria. Eppure, non un pigolio sulla stampa, neppure fra i campioni del diritto, i liberals americani.

Breve storia dell’incidente. Nel 2010, una piattaforma off shore della BP esplose, si incendiò, e  affondò nel Golfo del Messico, al largo delle coste della Lousiana e della Florida. Undici uomini scomparvero e non sono stati più ritrovati. Milioni di galloni, la stima è controversa, chi dice 3, chi 5 chi 8, finirono in mare. Un DISASTRO epocale, per i media di allora e di adesso. Supponiamo fossero cinque milioni. Il gallone americano è circa 4 litri (3,85 per la precisione), dunque 20.000.000 di litri. Venti milioni. Sembra un’enormità. Proviamo a esprimere il numero in metri cubi: 20 000. Proviamo ancora in peso: circa 18.000 tonnellate. Proviamo come frazione di una superpetroliera da 350.000 ton: circa il 5%. Ogni giorno solcano il mare migliaia di petroliere. Le piattaforme sono anch’esse migliaia. Eppure, gli incidenti gravi si contano con le dita di una mano, e non tutti gli anni. A me pare una situazione della quale non si dovrebbe aver paura. Anzi, bisognerebbe prendere a pedate chi infila i milioni negli articoli per far paura: falsa informazione al soldo del profitto, questo sì, dei media, e a beneficio di quel cancro della società costituito dagli eco-talebani.

I media: ignoranti, superficiali, catastrofisti, in una parola: disonesti. I media sono campioni mondiali nel raccontarci: a) la “rabbia”; b) l’epocalità dell’evento; c) le ragioni ultime: il capitalismo, o, più di moda recentemente, il neoliberismo, che rapina e depreda le risorse del pianeta e se ne infischia di tutto e di tutti; d) la tecnologia, qualunque essa sia, che è insicura, e chi la progetta, la progetta apposta insicura, oppure, preferisce il risparmio alla sicurezza; o è, semplicemente, un imbecille che non sa fare il suo lavoro. Chi la usa, e ne ricava benefici, lo sa, dunque la usa in maniera criminale, per scopi criminali. Sottinteso: vogliamo, perché possibile, un mondo assolutamente sicuro, al riparo da ogni pericolo, anche potenziale. Nessuno deve morire

Nessuna piattaforma off shore dovrebbe incendiarsi. Nessun aereo precipitare. Nessuna nave affondare. Nessun gasdotto scoppiare. La disinformazione propalata dai media fa danni incalcolabili. A volte, è puro e semplice interesse politico o economico, a generarla. Altre volte, le più, pura e semplice ignoranza.

La gente continuerà a morire, le tubature a scoppiare, gli aerei a precipitare, le navi ad affondare. Perché ci sono, semplicemente, situazioni e mestieri pericolosi. E perché la scienza e la tecnologia possono molto, ma non tutto.

Esperienza personale su una piattaforma petrolifera. Sono stato una volta su una piattaforma di produzione della PEMEX, nel Golfo del Messico. Posso garantire: per progettarla ci vogliono due palle grandi come il Colosseo. Per metterla in opera, idem. Per lavorarci su, ari-idem. Appena scendete dall’elicottero, vi sembra di avere la nausea, la testa vi gira. Il pavimento si muove. Vibra. C’è un rumore sordo, che non è solo il mare: sul fondo dell’oceano è posato l’oleodotto, e le pompe ci pompano dentro il greggio a pressioni di 80-100 o anche più atmosfere.

Tutti, ma proprio tutti, gli ambienti sono a rischio di esplosione. Tutti, ma proprio tutti, gli equipaggiamenti vengono progettati a sicurezza intrinseca. Vuol dire che qualsiasi guasto, di qualunque origine sia, non deve provocare cortocircuiti e scintille tali da innescare un’esplosione, nel caso si siano prodotte fughe di gas o vapori.

Una piattaforma è dunque un’opera grandiosa di ingegneria, complessa, pericolosa. Il fatto miracoloso è che ne scoppino veramente poche.

Miliardi di cose possono andare storte e provocare una catastrofe. Ma la normalità è proprio l’assenza di catastrofe. Dunque l’ingegneria, l’impegno e l’onestà con cui vengono progettate, dovrebbe essere fuori da ogni questione.

Ma se questo ragionamento non basta, allora facciamone un’altro. Per il disastro della Exxon Valdez, a conti fatti, si spesero 4,3 miliardi (cioè 4300 milioni) di dollari. Tutti a carico della Exxon. Per la BP, alla fine il conto è stato di 20 miliardi.

Qualcuno può davvero pensare, a fronte di queste cifre, che la sicurezza non sia nel massimo interesse di un’azienda? 

Eppure, se la catastrofe accade, allora monta la rabbia. E inizia la disinformazione prodotta in generale da chi dichiara e da chi raccoglie la dichiarazione. Il testimone e il cronista. Vediamo. Il cronista interroga il pescatore che cerca di mettere in salvo i suoi gamberetti. Costui gli dice: “Ci avevano assicurato che non c’erano rischi (chi, non è dato sapere, ndr). Ci hanno mentito (chi ha mentito? Ndr)”. Poi, lo stesso pescatore parte con la sua barca. Mossa da un motore diesel. Con gasolio che si ottiene dal greggio. Forse quello estratto da una delle centinaia di piattaforme costruite nel Golfo. Nessuno, nè il pescatore, nè, tanto meno, il cronista, si chiedono da dove venga quel gasolio.

E nessuno si chiede cosa mai accadrebbe se si fermassero tutte le attività pericolose dell’uomo, cioè praticamente tutte, poiché il rischio zero è una chimera?

La risposta? Semplice. Possiamo o arrampicarci di nuovo sugli alberi, o tornare nelle caverne. Dipende se fa caldo o freddo, lì fuori. Se non gradiamo questa soluzione, allora bisognerà tornare a vedere il mondo e l’uomo per quello che sono.

Il mondo è un ambiente pericoloso, l’uomo un essere fragile e limitato. La combinazione fra queste fue cose, nonostante l’impegno, l’intelligenza, la dedizione, e la capacità di milioni di menti e di cuori eccellenti, continuerà, di tanto in tanto, a rivelarsi inadeguata a fronteggiare i rischi che la natura ci pone.

Ignoranza. I media USA rimproverarono alla BP di usare troppe e diverse compagnie specializzate nelle varie fasi del processo. Ad esempio, la Transocean, proprietaria della piattaforma di perforazione. O la società che operava i veicoli sottomarini che lavorano a 1500 metri di profondità. Il tutto è riassunto da una frase del New York Times“Delle 126 persone a bordo della piattaforma al momento dell’esplosione, solo 8 erano dipendenti BP”. Come a dire: la BP se ne fregava dell’andamento dei lavori.

A me sinceramente sfugge come si possa ottenere maggiore sicurezza con minore specializzazione quando si è impegnati in operazioni molto complesse e molto pericolose. Ma non mi risulta che la sicurezza aumenti in ragione proporzionale al dilettantismo, cioè affidando mansioni ad aziende (anche la propria) che non sono in grado di svolgerle.

Fare poi, come fecero molti giornali americani, della dietrologia sul fatto che fra la BP e le ditte subappaltatrici ci fosse un conflitto di interessi, è risibile: questi conflitti ci sono sempre. E’ ovvio che la Transocean, che si beccava, a quanto pare, 500 000 dollari per ogni giorno di affitto, potesse essere tentata di allungare il brodo. Ma non è affatto ovvio il contrario: che la BP le facesse fretta al punto di far saltare in aria la piattaforma. O non si accorgesse che la Transocean stava ciurlando nel manico. Fosse così, ogni giorno assisteremmo ad una tragedia. E non solo nel settore petrolifero. Cosa da escludere a priori visto i costi giganteschi cui si va incontro.

Regolamentazione. I permessi di trivellazione vengono concessi dalla agenzia governativa Minerals Management Service. Si è scoperto che furono concesse molte deroghe alla normativa esistente all’epoca. Corruzione di pubblico ufficiale? No. Semplicemente: le regole non tengono mai il passo con la tecnologia. E questo è veramente un problema serio e generale. Riguarda tutti i paesi.

I politici intendono fare qualcosa? Al momento, provarono, e la transazione dimostra che riuscirono, ad impiccare la BP per far dimenticare le manchevolezze loro. Non pare stiano traendo le lezioni che dovrebbero. Che cosa si può fare per migliorare la regolamentazione, e quindi prevenire (o attenuare le conseguenze di) futuri disastri? E’ troppo chiedere che, per esempio, si scavino pozzi ausiliari insieme a quello principale? O che si predisponga uncontingency plan realistico?

Pare che quello approvato all’epoca da tutte le autorità prevedesse come worst case quello di uno sversamento di 250.000 barili al giorno (mi chiedo: quanti barili produce al giorno il pozzo? 250 000 pare una cifra esagerata). Incredibile, ma vero: l’authority non lo rese obbligatorio (!). In cambio, approvò un piano per l’uso di un cappuccio che, in caso di esplosione, avrebbe dovuto contenere lo sversamento.

Ma non pretese che il cappuccio fosse costruito e reso disponibile sulla piattaforma. Risultato: a esplosione avvenuta, ci vollero 20 giorni per costruirlo. Ecco, se oltre a prendere a calci in culo la BP Mr Obama avesse provveduto a migliorare la sua Amministrazione, tutti potremmo incominciare a sperare che stiamo imparando dai nostri errori. Ma dubito assai. 

La logica criminale del profitto. Nel golfo del Messico si contano attualmente circa 3500 piattaforme petrolifere. La maggior parte sono di “produzione”, le altre sono “rigs”, cioè impianti di trivellazione che hanno il compito di scavare il pozzo petrolifero. Meno di cinquanta piattaforme operano a profondità superiori ai 300 metri.

La Deepwater Horizon, esplosa il 20 aprile 2010, era una piattaforma di perforazione. Stava lavorando in un punto dove il mare è profondo 1500 metri, per scavare un pozzo di circa 5000 metri. In sostanza, il giacimento che si intendeva sfruttare giace a più di 6 km sotto il livello del mare.

E’ chiarissimo a tutti che lavorare a 1500 metri di profondità non solo è più difficile e pericoloso, ma anche estremamente più caro del farlo a 300. Si può anche credere che quelli della BP tengano al profitto più di quanto tengano alla propria madre o sorella. Ma, per la stessa ragione, non si può supporre che siano scemi. Quindi se si sono imbarcati nell’avventura di perforare un pozzo così profondo, costoso, e pericoloso, una ragione valida ci sarà. E la ragione chiamasi mercato.

Che è fatto non da loschi figuri profittatori e criminali, ma dalla massaia del Kentucky, la pensionata di Ragusa, il bramino dell’Utta Pradesh, l’insegnante di Punta Arenas e lo skinhead di Liverpool.

Tutta gente che quando entra da un benzinaio si incazzerebbe assai se trovasse le pompe chiuse per mancanza di materia prima. La stessa gente che, di tanto in tanto, colpita da filo ambientalite galoppante, s’incazza contro la logica criminale del profitto e maledice il mondo che cresce in maniera uncontrolled & unsustainable.

Mr Obama. Si presentò in pompa magna ben quattro volte sulla costa, strinse mani a destra e manca, strepitò contro la BP come uno scaricatore di porto qualsiasi, ma non cavò un ragno dal buco: il petrolio continuò a fluire. Finché il tappo al pozzo non fu messo.

Chi fu a metterlo? Le chiacchiere del moro della Casa Bianca? No. La capacità tecnica della tanto vituperata BP. L’opera di ripulitura si presentò per quello che è sempre: un problema gigantesco. E fu risolto solo dalla BP, vista l’incapacità dimostrata dalle organizzazioni governative americane. La tanto odiata BP, che aveva messo, dopo sforzi inumani, il tappo al pozzo. E non era per niente facile.

Non potendo fare altro, Obama fece il duro, e volle fargliela pagare molto cara, a questi British del cavolo. Pretese, e ottenne, che la BP costituisse un fondo di 20 miliardi di dollari per far fronte ai risarcimenti e alle spese di decontaminazione. E adesso giudici americani, per aumentare il conto, sono arrivati ad includere costi di migliorie ambientali future nelle zone interessate. Migliorie che toccherebbe all’Amministrazione Americana fare, a spese dei propri cittadini. Invece, si passa il conto alla BP. C’è da chiedersi se ci si sarebbe comportati allo stesso modo se al posto della BP ci fosse la Caltex o la Texaco. Again, I doubt assai.

Infine, dubito che la strategia del moro della Casa Bianca fosse very smart. Come quella di tutti i politici e magistrati e semplici cittadini che vogliono vendette estreme nei confronti delle aziende coinvolte in incidenti che creano problemi ambientali.

E’ probabile che l’intento fosse di far fallire la BP, mandando a spasso i suoi 80 000 dipendenti e affondando un’azienda che fattura 240 miliardi di dollari l’anno. Ma chi, in caso di vendetta consumata, pagherebbe i danni e ripulirebbe il tutto? I contribuenti americani? O nessuno ripulirà mai?

E’ quello che è accaduto con l’ILVA di Taranto. Uccisa l’azienda, in strada i dipendenti, l’inquinamento resterà per l’eternità.

Non riesco a immaginare stupidità più grande.

La (in) cultura contemporanea – Il disastro della piattaforma BP Deepwater Horizon e i 20 miliardi di multe e risarcimentiultima modifica: 2016-04-05T19:21:24+00:00da portoreale
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