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Mitologia contemporanea – 1 – Come nacque il mito dei dischi volanti

di Mario Giardini

dischi volantiChehalis, stato di Washington, ore quattordici circa di martedì 24 giugno 1947. Un CallAir decolla alla volta di Yakima, altra piccola città del medesimo stato. Ai comandi del monomotore ad ala bassa si trova Kenneth Arnold, trentadue anni, sposato, due figlie. Titolare della Great Western Fire Control Supply, Kenneth usa l’aereo come noi useremmo la bicicletta nella bassa padana.

Il CallAir che pilota è un aereo particolarmente adatto all’utilizzo che Arnold ne deve fare: è un vero e proprio mulo dell’aria. Affidabile nei decolli ad alta quota, atterra e s’invola in spazi brevi e su qualsiasi terreno.  Arnold ne ha bisogno:  vende, installa, ripara sistemi antincendio in cinque stati del West Americano, che insieme hanno una superficie totale pari alla metà di quella europea. Acquistato l’anno precedente, Arnold ha volato con il suo CallAir per circa mille ore, ed è atterrato su ben 823 (ottocentoventitrè) “piste” (lui le chiama cow pastures, pascoli per vacche) differenti. Quanto sia affidabile il suo CallAir lo dimostra un suo commento: “Il guaio peggiore capitatomi è stata la foratura di una ruota”.

Quel giorno, terminato il lavoro commissionatogli dal Central Air Service di Chehalis, prima di mettere prua in direzione di Yakima, Arnold fa rotta verso Mount Rainier. Intende contribuire alle ricerche di un C-46, un aereo da trasporto della Marina americana, scomparso da alcuni giorni. Lo si suppone precipitato in qualche punto a sud-ovest della catena montuosa del Rainier. Per circa un’ora Arnold vola basso su valli e colline, ma del C-46 neppure l’ombra. Deluso, decide finalmente di fare un’ultima virata a destra di 360°. Poi mette la prua verso est, e dirige su Yakima. In salita verso la quota di crociera di 9200 piedi, Arnold vola di nuovo in direzione di Mt. Rainier.  L’aria è calma, la visibilità è perfetta, fa relativamente caldo e l’aereo va che è una meraviglia.

Arnold decide di approfittarne. “Trimma” l’aereo, cioè dispone le superfici di comando in modo da poter lasciare cloche e pedali. S’accomoda meglio in cabina. Si gode il panorama montuoso che gli scorre sotto. La sua velocità di crociera è di circa 100 miglia orarie. Insomma, per chi ama il volo, e Arnold è un pilota appassionato, è un pomeriggio incantato. Non lo sa ancora, ma prima che venga il nuovo giorno sarà diventato famoso in tutto il mondo. E prima che passi una settimana si sarà rammaricato profondamente di tale fama.

Un DC-4 gli vola sulla sinistra, leggermente indietro, a circa quindici miglia di distanza, e ad una quota che lui stima intorno ai 14,000 piedi. In quel momento, dirà poi, “air was clear as crystal”.

Improvvisamente, un riflesso violento di luce investe il muso del suo aereo. Arnold ha un soprassalto di paura, pensa di essere finito inavvertitamente troppo vicino ad un altro apparecchio: teme una collisione.

Ansiosamente scruta il cielo, ma per lunghissimi secondi non riesce a vedere nulla. Finalmente, guardando a sinistra, verso nord, in direzione di Mt. Rainier, scorge – testualmente –  “a chain of nine peculiar looking aircraft”, una catena di nove aeromobili dall’aspetto singolare. La loro rotta è approssimativamente nord-sud (170° circa), volano ad una quota di circa 9500 piedi, sono molto veloci (il primo pensiero di Arnold è che si tratti di jet; se lo sono, non possono che essere jet militari, perché  all’epoca non c’erano ancora i jet civili).

Sono questi aeromobili la causa dei riflessi: ogni volta che uno di loro si sposta leggermente attorno ad uno degli assi, il sole lo colpisce, e crea i riflessi di luce che finiscono sul CallAir di Arnold. I nove oggetti sono molto lontani. E’ difficile, all’inizio, vedere bene la loro forma. La posizione relativa cambia, e la visibilità migliora: osservandoli sullo sfondo delle nevi di Mt Rainier, Kenneth Arnold si fa un’idea precisa della distanza, della velocità e della forma di quei strani jet.

Intanto, sono ormai a circa venti-venticinque miglia. In volo ciò non rappresenta una distanza eccessiva: in quelle condizioni di tempo, la visibilità può facilmente raggiungere le cinquanta o sessanta miglia. Tuttavia, alcuni dettagli, decisamente bizzarri, accrescono la sua meraviglia. Primo: sono arnesi volanti, ma non hanno coda. Secondo: sono quasi rotondi e sottili (in realtà, dai disegni fatti successivamente su indicazioni di Arnold, assomiglieranno a dei tacchi di scarpa maschili). Terzo: volano ad una velocità sbalorditiva (almeno 2700 km orari, cioè oltre Mach 2,2). Teniamo presente che siamo nel 1947. Questo dettaglio non impressiona eccessivamente Arnold, anche perché la stima definitiva della velocità egli potrà farla solo in serata.

Un particolare è realmente stupefacente: il modo di volare di quegli strani oggetti. Sembrano legati l’uno all’altro, in modo tale che i movimenti del primo vengono replicati dagli altri che seguono, una sequenza ritmica. Per tre lunghi minuti Arnold osserva, analizza, stima dimensioni, velocità, rotta, variazioni di quota. Via via che scorrono i secondi, diventa sempre più perplesso. I nove oggetti formano una catena lunga circa cinque chilometri, ed il volo procede in maniera singolare, anzi, singolarissima.

Per descriverla Arnold utilizzerà due similitudini. La prima: sembravano motoscafi lanciati ad alta velocità su un mare agitato. L’immagine è abbastanza facile da visualizzare: è un moto il cui profilo è caratterizzato da un continuo impennarsi del mezzo sulle onde, seguito da continue ricadute sulle stesse.

Ma è la seconda definizione che passerà alla storia, sia pure alquanto deformata: “Sembravano piatti che venissero lanciati su una superficie d’acqua e fatti rimbalzare”. Ancora, un profilo di volo del tipo su-e-giù, up and down. Ma replicato in sequenza da nove oggetti volanti la cui forma è un tacco di scarpa, senza coda, e che volano a quasi tremila chilometri orari, deve costituire in tutta evidenza una ben strana apparizione. Dopo circa tre minuti, come detto, gli oggetti scompaiono dalla sua vista, dietro le montagne.

Arrivato a Yakima, Arnold racconta il fatto ad un suo amico, tale Al Baxter, che lo ascolta paziente e cortese, ma non sembra prenderlo tanto sul serio. Successivamente, in serata, atterra a Pendleton, Oregon. Riparla della sua esperienza con alcuni amici piloti. Questi lo rassicurano: non ha avuto visioni. Alcuni di loro suggeriscono si tratti di razzi militari; altri raccontano delle proprie esperienze di guerra, e di briefings pre volo dove ci si preparava a qualsiasi tipo di incontro.

Da buon cittadino e pilota attento e rispettoso delle norme, Arnold si reca presso il locale ufficio dell’Fbi. Lo trova chiuso. Parla della sua esperienza con un cronista del posto. Descrive il modo di volare di quegli oggetti, usa le similitudini dette prima, testualmente: “They flew like they take a saucer and throw it across the water”. Equivocando, non si sa quanto involontariamente, su quanto Arnold dice, il reporter riferisce di un avvistamento di “flying saucers”, cioè di piatti (per noi dischi) volanti. Ed inserisce la notizia sul circuito news dell’Associated Press. Prima di sera, la sua breaking new fa il giro del mondo. I titoli si somigliano tutti: “Avvistati nove piatti (dischi) volanti”.

Quella notte Arnold non riuscirà a dormire, tenuto sveglio dalle continue telefonate in arrivo praticamente da ogni angolo del pianeta. La notizia infiamma l’immaginario collettivo, in America e fuori. Il racconto di Arnold viene per lo più interpretato come una prova credibile dell’esistenza di una forma di vita intelligente non umana. Tanto progredita da possedere le conoscenze ed i mezzi per viaggi interstellari. Da questo momento, divamperà l’ufo-mania e comparirà anche l’ufo-fobia, un incendio che a tutt’oggi nessun pompiere è riuscito a spegnere.

Nacquero, come è ovvio, due partiti: quelli che ci credettero fin da subito (a volte fin troppo), e gli scettici (che gridarono alla truffa). Fra incudine e martello, ci finisce, per qualche tempo, il buon padre di famiglia Kenneth Arnold. L’Fbi e  la Cia lo interrogano a più riprese. Il suo passato e il suo presente vengono passati al setaccio. Ma si trova solo quello che non si può non trovare: Arnold è il prototipo del cittadino che si vorrebbe sempre avere come  vicino di casa o come testimone in qualsiasi processo.

Membro dei Boy Scouts da ragazzo, giocatore di football americano al college, volontario della Croce Rossa, fidato quanto basta perché  talvolta lo U.S. Marshall Office gli consegni carcerati da trasportare in volo da un penitenziario all’altro, membro rispettato della sua comunità, uomo di successo nel business che ha intrapreso, marito esemplare e cattolico devoto. E’ dunque un testimone perfetto, in perfetta salute fisica e mentale. Ciò che riferisce, il modo in cui lo riferisce, e le circostanze che riferisce, con il grado di competenza che gli deriva dall’essere un pilota esperto è, senza il minimo dubbio, vero.

Il rapporto del’Fbi si conclude con questa frase: “It is the personal opinion of the interviewer that Mr. Arnold actually saw what he stated that he saw.” “Mr Arnold ha veramente visto ciò che dichiara di aver visto.” Che cosa dunque vide Kenneth Arnold? Che cosa erano quegli stranissimi oggetti volanti, che sfuggivano ad una identificazione con oggetti noti?

Da quel lontano 1947, non si è trovata  alcuna risposta definitiva. Né in relazione a questo fatto, né per molte altre centinaia di rapporti di questo genere, forniti da testimoni credibili tanto  quanto Kenneth Arnold. Una cosa però è certa: egli non disse mai di avere avvistato dei “dischi volanti”. Questo nome, con ciò che sottintende, è solo un esempio di superficialità, o di ignoranza, o di malafede, di un cattivo giornalista. E da allora è stato sempre associato all’acronimo UFO (unidentified flying object), in uso nel gergo aeronautico di ogni paese per indicare qualsiasi oggetto volante che non è ancora stato identificato dal controllo del traffico aereo.

In una intervista radiofonica, ad Arnold fu domandato che cosa avesse significato per lui l’esperienza di quel pomeriggio.

Rispose: “Senta, c’è un sacco di persone che da allora mi prendono in giro. Stia pur tranquillo che, d’ora in avanti, anche se vedessi un edificio di dieci piani andarsene a spasso per i cieli, terrei la bocca ben chiusa”.

Mitologia contemporanea – 1 – Come nacque il mito dei dischi volantiultima modifica: 2016-03-25T00:31:15+00:00da portoreale
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