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Fukushima 6. Radioattività rilasciata all’ambiente, di che tipo, quanta e dove

di Mario Giardini

radioattivitaNon esiste metodo scientifico per misurare l’ammontare di materiale radioattivo, e dunque di radioattività, rilasciato nell’ambiente nel corso di un incidente nucleare. Ove per metodo scientifico si intenda un metodo non soggettivo,  riproducibile, che fornisca, ad ogni ripetizione dello stesso, i medesimi risultati entro un ragionevole margine di errore.

Si possono solo fare delle stime. Ciò lascia largo margine a ciò che in inglese si definisce bias: cioè alla faziosità, all’errore (volontario o non), ai pregiudizi e alle inclinazioni, anche politiche, di chi tale stima produce. E naturalmente apre spazi sconfinati per chi, politici e non, vuol giocare sulle paure e le fobie di una distratta e per lo più incolta (scientificamente) umanità.

Nello studio UNSCEAR su Fukushima si sostiene che le stime pubblicate sono andate progressivamente migliorando: “Numerous estimates have been published of the magnitude, time profile and nature of the release of radionuclides (commonly referred to as the “source term”) from FDNPS; in general, their quality has improved over time as more information has become available.”

Quasi certamente è vero. Ma ai fini di una valutazione del rischio complessivo che l’umanità corre quando si costruisce una centrale nucleare, non si può ignorare un fatto. Nel paragrafo che segue tale affermazione è scritto, a commento delle due metodologie che possono utilizzarsi per fare le stime, che entrambe hanno limitazioni e “sono associate ad alta incertezza” (“Both approaches have their limitations and are associated with much uncertainty”).

D’altronde, ciò è espresso dai numeri pubblicati. Ad esempio, per i due elementi radioattivi più importanti, cioè lo Iodio 131 e il Cesio 137, le stime di rilascio “totale” variano, da 100 a 500 petaBecquerel e da 6 a 20 petaBecquerel, rispettivamente. Cioè, nel primo caso si ha un fattore di variabilità, fra gli estremi, pari a 5, nel secondo di oltre tre.

L’incertezza si acuisce ove si voglia stimare la ridistribuzione del materiale radioattivo fra atmosfera, terreno e mare, entrando in gioco, in questo caso, anche il momento in cui il materiale viene rilasciato, il mezzo in cui finisce (aria, o acqua di raffreddamento) e condizioni climatiche, quali venti prevalenti e precipitazioni. Infine, se raggiungono il suolo, anche il posto (terreno, edifici, laghi o fiumi) e le condizioni meteo successive al deposito. E’ intuibile che materiale radioattivo che si deposita nelle acque di un fiume finirà, in parte e dopo un certo tempo, per arrivare al mare. Allo stesso modo, le piogge possono in parte far sprofondare il materiale, in parte condurlo ai fiumi e di lì al mare.

I due materiali radioattivi citati sono i più importanti, ma non i soli. Nel caso di Fukushima, dove i rilascio è avvenuto in proporzione alla volatilità, altri elementi quali stronzio, bario e plutonio sono stati emessi in quantità molto inferiori, tanto che di alcuni non è possibile misurare la presenza nel terreno. A differenza di ciò che accadde a Chernobyl, dove l’incidente di natura esplosiva finì per proiettare nell’ambiente grandissime quantità di tali elementi.

Per molte ragioni, non è semplice fare queste stime. Si dirà: ma non si possono fare misure e stabilirlo? Non è praticamente fattibile fare tutte  le misure che occorrerebbero.

Primo: mentre è facile fare un calcolo sufficientemente esatto di quanto sia presente un dato elemento nel reattore, è impossibile dire quanto ne rimane, dopo l’incidente. Perché? Perché una misura diretta sul nucleo non si può fare, se non a distanza di anni

Secondo: lo Iodio 131 ha un tempo di dimezzamento di otto giorni. Il che significa che se vado a misurare dopo un mese, di quantità ne trovo solo il 10%. Ma nel frattempo, se qualche persona è nei paraggi, ne ha già subito gli effetti. Inoltre, il numero di misure da fare per definire luogo per luogo la pericolosità del posto stesso, è stratosfericamente alto, il tempo, le attrezzature ed i tecnici necessari, anche.  Dunque, è praticamente irrealizzabile.

Cosa si fa dunque? Si utilizza una tecnica di modellazione matematica detta “inverse” o “reverse”. Grossolanamente: si misura la radioattività in un certo numero di punti (sul terreno, nell’acqua e nei luoghi di interesse) per i tipi di elementi più importanti e si costruisce un modello matematico di distribuzione.

Il modello lo si considera affidabile se, calcolando i valori che fornisce nei punti in cui si è misurata la radioattività, essi sono sufficientemente prossimi a quelli trovati con gli strumenti. Per conseguenza, il risultato che fornisce il modello, per  i siti dove la misura diretta e sperimentale non è disponibile, lo si considera attendibile.

In questo modo si sono stabiliti valori (soggetti a revisione) sui quali fondare le analisi di dosi assorbite dalla popolazione e dalla fauna animale. Per quanto detto, e comprensibilmente, anche i valori più bassi sono da considerare “conservativi”, cioè prudenzialmente sovrastimati.

In sintesi. L’UNSCEAR ha assunto come valori di riferimenti quelli pubblicati da uno studio fatto da Terada et al.. Ai fini delle successive valutazioni, si è stimato (considerando le condizioni climatiche) che il 60% della radioattività rilasciata nell’atmosfera, sia finito in mare (causa precipitazioni) o nei paesi limitrofi (in misura assolutamente irrilevante).

La quantità totale di radioattività rilasciata è compresa fra il 10 e 20% di quella stimata per Chernobyl. Poiché studi successivi tendono sempre a correggere, in diminuzione, le stime iniziali, è probabilissimo che tale valore si riduca alla metà, o anche meno, nei prossimi anni. A mano a mano che dati più numerosi, ed affidabili, si renderanno disponibili. Anche se, c’è da sottolineare, è assai probabile che permangano “significative incertezze” sull’argomento.

Testualmente: “Improvements in the estimation of the releases to both the atmosphere and the ocean can be expected in future, in particular as more information becomes available on the progression of the accident, greater use is made of measurements in the environment, and improved assessment methods are implemented. This is an active area of research; notwithstanding these expected improvements, significant uncertainties are likely to remain, in particular surrounding the temporal pattern of the releases.”

 

Fukushima – 6 –  segue

 

Fukushima 6. Radioattività rilasciata all’ambiente, di che tipo, quanta e doveultima modifica: 2016-03-18T15:23:15+00:00da portoreale
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